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Superfici comunicanti.

I processi di produzione nel contesto urbano sono sempre più legati all’uso delle ‘superfici comunicanti’, al valore semiotico che le superfici (soprattutto quelle verticali) rivestono come medium di comunicazione. Lo spazio pubblico urbano si caratterizza come luogo di intensi flussi di persone e di immagini, ovvero come spazio di attraversamento e di esposizione. Ritengo estremamente utile procedere ad una ricognizione e mappatura dei processi di colonizzazione delle superfici della città per usi comunicativi, tracciando la configurazione di attori economici, politici e controculturali che ne emergono. Nelle mie divaganti ricerche ho chiamato tutto questo ‘Urbanistica Verticale’, individuando un crescente processo di determinazione del valore fondiario urbano basato sull’utilizzo delle superfici verticali come spazio di eposizione rispetto al più tradizionale utilizzo produttivo di quelle orizzontali. Sono le dinamiche che portano determinate location ad essere ambite dalle aziende, non soltanto perché siano comodo o convenienti logisticamente, ma perché conta soprattutto la visibilità negli ‘HotSpots’ dello spazio urbano. Tanto per fare un esempio pratico e vicino, avere un negozio in via Tornabuoni costa probabilmente a Gucci molto più di quello che incassa vendendo la merce, ma il rientro vero è nella pubblicità, nella esposizione che la merce ed il brand ottiengono in un luogo denso di attraversamenti e prestigioso del paesaggio globale.

Propongo di iniziare un processo di rilevazione di fenomeni legati all’uso pubblicitario delle superfici urbane di Firenze. Esistono tre categorie principali di comunicazione pubblica che si dispiegano sui muri della città:

Si tratta comunque di una divisione di massima, poiché esse si intrecciano in vari modi, e non sono poi così nette. Ad esempio quella istituzionale, anche in virtù dei processi di privatizzazione in atto, somiglia sempre di più a comunicazione aziendale. Oppure i volantini ‘abusivi’ di PR di discoteche e la pubblicità di spazzacamini e rigattieri dovrebbero essere considerate commerciali, malgrado facciano un uso 'illegale' di spazi eterogenei della città.

D’altra parte, probabilmente quello che ci interessa definire non è tanto la natura intrinsecamente commerciale, istituzionale o politica del ‘messaggio’ esposto, ma il processo di aquisizione di determinate superfici in ragione di tali finalità.

Mi spiego con gli esempi.

Il comune di Firenze dispone di una serie di bacheche sui muri della città, che sono per lo più destinate a finalità culturali o di informazione. E’ difficile determinare la natura commerciale o meno della pubblicità di un teatro rispetto a un corso di formazione professionale. Ma il diritto di utilizzare quella superficie deriva direttamente dalla gestione esercitata sullo spazio pubblico da parte dell’amministrazione.

Le agenzie pubblicitarie invece dispongono di grandi superfici attrezzate destinate a campagne pubblicitarie, che possono anche essere di natura ‘sociale’ (donazioni al settore non-profit, ad esempio), ma che costituiscono spazi soggetti a intenso sfruttamento commerciale, e possono generare fenomeni di rivalutazione fondiaria. Sarebbe interessante indagare la relazione che c’è tra il diritto di sfruttamento di quelle superfici, il diritto dei proprietari materiali degli edifici, e quelli di regolamentazione e tassazione dell’amministrazione pubblica. E tutto questo metterlo anche in relazione con la dislocazione all’interno del tessuto urbano.

E poi c’è la comunicazione ‘spontanea, l’uso quotidiano e disordinato della città per affiggere volantini, manifesti di eventi politici e culturali, anche la microcomunicazione interpersonale, annunci di lezioni e massaggi, ricerca di locazioni, gite, annunci personali. Tutto questo costituisce un enorme testo caotico che riflette il carattere singolare e moltitudineo della vita urbana, e disegna la distribuzione delle zone di intensità pubblica della città… ed è interessante rilevare i meccanismi di appropriazione di determinate superfici della città attraverso miriadi di atti formalmente illegali, se consideriamo le normative vigenti, ma che costituiscono una evidente incarnazione di uno dei diritti fondamentali della vita urbana, quello alla libertà di espressione.

Propongo di documentare i diversi modi in cui si determinano luoghi della città sottoposti a regimi diversi di uso delle superfici comunicanti, e di metterle in relazione con i macro ed i micro poteri che esercitano il dominio su tali territori.

Come? Intanto con le segnalazioni di tipologie di superfici dedicate alla comunicazione esplicita, presenti in città. Penso di realizzare una specie di scheda come per Info city terminals.

Poi, individuando concentrazioni particolari di determinati usi in certi luoghi.

E naturalmente varrebbe la pena di interessarsi a chi concentra e controlla questi ‘territori dell’immaginazione’. Viviamo sempre più immersi in uno spazio, quello pubblicitario, per sua natura ingannevole. Preoccupiamoci di capire chi ne ha il controllo, e a quali fini lo esercita...

-- Low - 17 Jan 2005