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Adesso che il triangolo è stato completato, penso che sarebbe il caso di trarre qualche riflessione complessiva sull'intera operazione. Inizio a tirare giù qualche breve spunto.

Sul piano dell'esperienza personale, le tre derive sono state molto interessanti e divertenti. Il modo di tracciare un percorso e cercare di seguirlo è molto stimolante, ti fa incontrare luoghi molto eterogenei. Uscire dalle solite logiche di movimento della città ti consente di riflettere su aspetti che normalmente non ti saltano agli occhi. Molte volte parti della città che conosci solo incidentalmente si rivelano collocate e collegate in configurazioni che non conoscevi se non superficialmente. Ti accorgi di come mondi si generano e si mantengono contigui e separati. Insomma, ognuna delle passeggiate è stata ricchissima di spunti e motivi di interesse, forse addirittura troppi. Infatti, da un altro punto di vista, ovvero della capacità conoscitiva e narrativa, della capacità di utilizzare le nostre esplorazioni per delle descrizioni critiche e per acquisire materiali in un processo di mappatura, mi sembra che a dispetto del tempo e delle energie impiegate si siano ottenuti dei risultati un pò stitici. L'ansia di catturare immagini in quantità mi sembra che abbia sovrastato un po' la voglia di capire ed andare oltre la superficie delle cose. A dispetto dell'ampio ventaglio di strumenti a disposizione, non necessariamente tecnologici, in certi momenti ci siamo ridotti un po' troppo ad una truppa di giapponesi voyeur, che catturano una esperienza per poterla poi "possedere", e che in fondo si ritrovano rimbalzata la loro distanza attraverso questo processo. Mi sembra che abbiamo preponderantemente cercato immagini da prelevare (o meglio, da produrre). Forse è solo una questione di fatica, perchè altri modi sono più faticosi. Un altra critica che mi sento di fare riguarda la scrittura, la narrazione collettiva che abbiamo fatto. Non tanto sulla forma, ma quanto sul 'mood', sul punto di vista e sul tipo di relazione che abbiamo stabilito con i luoghi. Mi sembra che nei racconti ci sia una presa di distanza, una specie di diffidenza un po' spocchiosa, una certa "saccentinosaputellanza" di default rispetto ai luoghi esplorati. La periferia è eccessivamente caricata di una tono di grigio squallido pregiudiziale, i mondi privati delle villette ingabbiate, dei casermoni di periferia, dei terrain vagues, i cinesi, i rom e via dicendo sono visti come qualcosa di indecifrabile, di misero che si riflette su un nostro disagio molto auto imposto, su un pudore, un modo di tirare via il nostro sguardo con sollievo altrove.... c'è una onesta dichiarazione di distanza, lo ammetto, non è malevola nè diffidente, ma c'è anche l'accettazione dell'incapacità di andare oltre, di cortocircuitare di più, di cercare altro. Per esempio scoprire che i rom ed i cinesi potrebbero anche divertirsi, che dietro le facciate delle villette apparentemente tutte uguali potrebbero (e ci sono) esserci molte sorprese, che non siamo poi così diversi perchè ci vestiamo in maniera diversa e giriamo in sei con nove macchine fotografiche... che molta gente è stracontenta di stare nei palazzoni che a noi fanno schifo, perchè hanno il parcheggio sotto casa due bagni e tre balconi, e il loro senso estetico se ne strafotte del carattere architettonico dell'edificio. Le due critiche forse sono in realtà anche molto legate, nel senso che secondo me il dominio dell'immagine si ripercuote su una maniera di guardare ai luoghi molto a distanza, clinica, che non riesce a trovare la giusta empatia, partecipazione, curiosità verso l'oggetto della sua attenzione. Mi sarebbe piaciuto insomma che dal racconto spesso ripetitivo dei luoghi nel loro svilupparsi "scenografico" fosse scaturita una maggiore voglia di scoprire le cose sotto la superficie. Che i racconti fotografici non si esaurissero in una sorta di trofeo del percorso svolto, ma lasciassero la voglia di scoprire cose nuove, di lanciare domande, di verificare delle teorie... e si che spunti e curiosità ce ne sono. Insomma, la mia impressione e che avremmo potuto, ed ancora possiamo, tirare fuori molto di più da queste esplorazioni. A livello puramente logistico, trovo che abbiamo dedicato poco tempo all'organizzazione delle esplorazioni; ad esempio a decidere prima quali strumenti di raccolta usare e darsi dei compiti specifici. A fronte di una raffica di scatti spesso sugli stessi oggetti, non abbiamo mai: segnato con cura i percorsi fatti sulla mappa segnalato metodicamente dove abbiamo incontrato oggetti appartenenti a categorie che ci interessavano, tipo cantieri, orti urbani, circoli, luoghi di ritrovo, graffiti (va detto che abbiamo scoperto che molte di queste cose ci interessavano nel corso delle esplorazioni, però...) marcato il percorso con gli adesivi. Segnato indirizzi, nomi, strade di cose che sarebbe stato interessante approfondire poi. ecc. insomma, mi fa strano che tutti abbiano ritenuto più importante avere una ennesima macchina fotografica in mano e nessuno un taccuino ed una penna.

-- LoW - 04 May 2005

non credo che le cose sarebbero andate diversamente se al posto di una macchina fotografica avessimo avuto un taccuino in mano. non credo sia un problema di mezzi. ogni mezzo ha le sue caratteristiche e nel nostro caso direi che sono complementari. l'opinione che mi faccio spesso camminando nelle periferie e nei cosidetti non-luoghi non vuole essere per forza in negativo, mi faccio sempre di piu l'idea che a firenze si vive meglio in periferia che in centro!...rispetto alle derive: è chiaro abbiamo catturato in superficie, quella superficie che spesso non viene neanche notata, e questo non è da poco. non credo che ci mancano gli argomenti di approfondimento, è stato fatto un lungo elenco di 'categorie' da esaminare. il punto è forse 'come farlo'.non mi sembra neanche significativo mettere quattro pallini su di una mappa che possa risolvere il problema!!! ho sempre dato al termine 'mappare' un significato ampio che andava ben oltre il considerare il territorio una sommatoria di linee, punti, poligoni in cui millimetri, centimetri, metri ne potessero dare una misura. è un altro strumento, come la scrittura, la fotografia, il video...non credo possa essere il fine ultimo di una ricerca...per ora starei a vedere che cosa esce dall'esposizione dei materiali..anche da li potrebbero scaturire molte idee.... jp

Penso che le derive siano state un banco di prova: all'inizio non tutti quelli del gruppo si conoscevano ed avevano idee chiare di cosa stessimo facendo, io per primo. Ci siamo motivati e abbiamo affinato l'uso del Twiki, abbiamo individuato categorie interpretative.. insomma abbiamo preparato uno strumento che adesso comincia ad andare. Adesso sarebbe interessante perdere il controllo della situazione, presentare questo strumento a gruppi e persone che in un modo o nell'altro possono essere interessati e farne un sito di dibattito: forse come resistenza ancora siamo un po' in superficie.. Dalle derive potevano nascere idee aldilà del sito (foto-racconti). Niente ci vieta di partire dalle categorie inerpretative (luoghi e mapperesistenti) per fare degli interventi di qualsiasi tipo in città.. O affiancare alle categorie di osservazione altre categorie di proposte anche provocative. Poi "nun se po' mappa tutto noi".. non abbiamo tutto questo tempo da dedicarci, e l'operazione "adotta una mappa" è bella ma va a rilento.. Inizierei a mandare mail a gruppi, persone e associazioni che potrebbero voler collaborare.

Andrea