... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... no changes ... ---+ DERIVA 02 | Dall'Ikea al carcere di Sollicciano
IKEA_E_IL_GRIGIO
Ikea..osmannoro..un mostro giallo e blu, nel normale cielo grigio, di una giornata invernale pre_natalizia fiorentina.
Il grigio mi ha sempre dato l'idea di essere contagioso sopratutto nell'umore..ore 10.15..appuntamento per la seconda esplorazione..Ikea-Sollicciano..il triangolo del male..il suo secondo lato.
Le nostre facce sono strane, l'entusiasmo sembra quasi essersi smorzato..sicuramente si percepisce..e ogni tanto qualcuno chiede a qualcun'altro cosa c'è.. anche vero che l'Ikea in versione natalizia non aiuta.."tutti i bambini sono invitati a entrare all'interno del negozio, per colorare la casetta di marzapane"..parla la voce dll'autoparlante, un'allegra sforzata adetta dell'Ikea..speriamo che gli altri arrivino presto..
davanti all'Ikea blu c'è un verde prenatal
"il luogo delle risposte"..
speriamo arrivino presto, gli altri..
è assurdo come l'alienazione dei contenitori della grande merce, in grande quantità, riesce a lasciare per un raggio così largo intorno a se l' odore della plastica. inizio davvero a essere infastidita e nervosa..
non riesco ad aspettare seduta sulle panchine di pietra.."oddio guarda quella cosa" raggiungo il gruppo..davanti a noi una serie di gabbie per cani colorate,
"www.cucciamica.it".. mi viene in mente "il lavoro rende liberi".. si è esagerato il confronto, ma la perversione che c'è dietro al voler dare una tinta di buono e bello a qualcosa di agghicciante, mi colpisce in maniera violenta, poi io sono esagerata per natura...cmq...
aspettiamo..
entro dentro.."vado a prendere un caffè"..la solita fila di casse..mobili-mobilini-mobiletti-mobilucci...arrivo al bar
"mi fa un caffè per favore"
"lo scontrino per favore"
sono solo io.. diocane della paranoia..
"70 centesimi"
l'Ikea conviene pure sul caffè...
questa mezz'ora mi è sembrata infita..arrivano..sorrido..avevo persino provato a fare un po' di foto..ma niente..troppo pesante l'atmosfera...
via si va..
ma da che parte?
La deriva 02, dall’IKEA all’Osmannoro al Carcere di Sollicciano, Isolotto, è stata estremamente suggestiva, perche tagliando la periferia in senso trasversale ha sezionato una quantità di ‘mondi’ diversi che a dispetto della loro contiguità non si articolano con continuità.
Ore 11. La mattinata per me è iniziata con due wurstel e una spremuta di arancia nel bar dell’IKEA, dove ho anche inserito la cassetta nella mia videocamerina digitale, e mi sono avviato verso l’uscita. Pur non avendo filmato nulla, sono stato inseguito da un allarmatissimo sorvegliante che mi ha chiesto se avevo per caso filmato dentro. Gli ho risposto piuttosto decisamente di no e me ne sono andato. Mi avesse chiesto se avevo piazzato una bomba nel settore cucina non avrebbe avuto un aria più preoccupata. Naturalmente visto che minacciare il capitale multinazionale con la mia pericolosissima telecamera è il mio hobby preferito, sono uscito dal perimetro dell’IKEA e appena sul bordo del marciapiede mi sono messo a inquadrare il distretto gialloblu globalscandinavo. Dopo poco è arrivato spedito un altro sorvegliante che mi ha mostrato tanto di distintivo, mi ha detto che non era possibile filmare lIKEA. Io gli ho tenuto la videocamera accesa puntata addosso e gli ho fatto presente che ero in mezzo ad una strada pubblica, e non c’era nessuna base logica per cui l’IKEA potesse impedirmi di catturarne l’immagine da fuori. Ha provato ad insistere, ma come al solito si è trovato imbarazzato dall’inconsistenza delle ragioni impostegli dal regolamento. Comunque me ne sono andato, poco interessato ad una prova di forza.
Sono agitato. Agitato-standard. Il cielo sembra una lastra di cemento e noi ovviamente siamo in ritardo. La cosa mi innervosisce. Arriviamo all'ikea e la situazione non migliora. Penso "cazzo quanto siamo rallentati stamattina". Un pò di gente si fa strada nel parcheggio per tufarsi nelle grandi compere mattutine.
All'ingresso, ovviamente, non c'è nessuno. Sono tutti in ritardo. Ci sediamo nel posto più freddo del mondo. mi girano le palle. Mi sono dimenticato anche di stampare gli adesivini "verificato". Speriamo Lorenz porti le mappe. Ma che cazzo fa il Lorenz. La Catiuscia rimbalza pare una pallina di squash. la Serena non si è accorta di essersi alzata dal letto. Faccio un pò di telefonate per capire chi si sta muovendo. Sembra che IL MALE sia entrato nel letto di diversa gente questa mattina. Saremo in pochi. nessun problema. essere minoritario è ormai un abitudine.
Un tot di gente va a fare micro-esplorazioni all'interno dell'edificio. La faccia che hanno quando tornano non mi invita a ripetere l'esperimento. Rimango seduto su una panchina di ghisa fredda come la morte. Alle spalle le cucce amiche, davanti il parco giochi. Cucce, parco giochi...si fa per dire.
Serena sta scattando dodicimila foto, a me non mi va, il posto dove mi trovo mi sembra piatto come l'elettroencefalogramma di Buttiglione.. sto piegato su me stesso come Belacqua. Arrivano Lorenz e la Manu dopo circa un oretta e si vanno a stracannare un Wurstel al bar. Ho sempre pensato che hanno qualche gene crucco. Il lorenz anche qualche baco delle tenia di 30 metri. Io e il Marians facciamo finta di capire in che direzione va la linea. Come da copione, diciamo cose opposte, poi lasciamo fare.
Ricomposta la crew ci contiamo e siamo in sei e non si può dire che non è venuto un cane, vista la presenza del cane-Akira-detto-Nepo.. non male. si parte.
VERSO_VIA_PRATESE
Il passaggio è in mezzo a capannoni industriali/abitati_abitabili, una comunità che ci guarda passare..siamo un po' alieni, me ne rendo conto.
come si può non essere curiosi di fronte a sei persone con sei occhi meccanici o elettronici che cercano e si osservano attorno?
mica sei davanti al Duomo, in centro a Firenze..
mi sento un po' di troppo, lo sguardo delle persone e le scritte in cinese, mi fanno sentire straniera..
"escusa sai dove cinesi vendono borse?"
una ragazza, penso sudamericana..
"no, scusami non sono di qua"
e forse è profondamente vero questa frase..
continuo a cercare, trovo piccole cose curiose, le fotografo, ma è la sensazione di guardare un mondo che vive fuori dalle logiche che posso capire, che guida la mia testa..non credo riuscirò davvero a raccontare questo posto..
Percepisco che molto probabilmente è una sensazione di tutti..siamo molto silenziosi e concentrati, poche battute tra di noi, ognuno disperso nel suo trip..la linea da seguire..un mondo olotrepassato alle spalle..non sento il grigio, ma percepisco la difficoltà di questi luoghi..attraversamento..difficile comprendere e portare con se..
muovo le mani alla ricerca di una sigaretta.. la mattina fumo raramente..devo essere davvero nervosa..
Appena dietro l’angolo, un
mondo cinese iscatolato nei capannoni dell’osmannoro, scritte, merci e a terra una sarabanda di involucri di snack, bibite e troiai vari tutti di produzione cinese, compreso un gran numero di buste di inquietanti salamini monodose. Sbuchiamo sulla via Pratese, al confine col comune di Sesto Fiorentino, un angolo piuttosto animato con gruppetti di
pensionati che chiacchierano fuori alla ricevitoria e ambulanti cinesi. Concessionarie di automobili, banche ed complessi di uffici vari. Difronte all’edificio in piastrelle verdi con pietre incesellate e grandi oblo mi viene da pensare che una mappa divertente da realizzare è quella delle più bizarre ed orride architetture di Firenze, e che questo è sicuramente da inserire.
Passiamo fra i capannoni dell'osmannoro, e ovviamente troviamo SOLO i cinesi. Ma i Cinesi-Fiorentini stanno solo qui? Mangiano, fanno la spesa, passeggiano, vivono, lavorano, studiano solo in questo cazzo di posto? più li osservo e più mi sembrano il ghetto più ghetto di Firenze. Le altre comunità sono un pò più delocalizzate e si vivono la città in maniera più ampia. che so, vanno a fumare le cicche alla stazione, vanno a fare la spesa al penny, lavorano a firenze sud. Cazzo, un minimo si muovono. I cinesi no. loro stanno qui. E'una forma difensiva di una comunità debole? E'il sistema brutto e cattivo che li ha relegati qui? O è solo un mentalità un pò mafiosa e un certo fastidio etnico che li allontana dal resto del mondo? Forse un misto di tutte e tre. Probabile anche che non ci ho capito un cazzo, visto che mi è più familiare un canguro che uno di questi personaggi. Comunque sia, non se la passano affatto bene. Via via che camminiamo si diradano i capannoni e cominciano i palazzi dedicati ad uffici amministrativi. ci sono anche diverse banche. banche-uffici-capannoni-cinesi...la mai testa cerca invano di impostare un equazione. deicido di lasciar perdere per il momento e alzo le orecchie alla ricerca dell'insolito. Entro dentro un grande parcheggio di uno di questi palazzi. all'interno c'è anche un'area verde con un po di pini e di faggi. Nepo, dedito a contrassegnare, non ne grazia uno. In mezzo al parco c'è anche uno strano cartello con su scritto
"punto di raccolta". Non raffigura rifiuti ma persone. Chissà? forse farano delle gite organizzate di nipponici anche all'Osmannoro oltre che al Duomo. A cosa faranno le foto?
VIA PRATESE
Arriviamo in via Pratese.. 0re 11.00 circa.. scavalchiamo..
i piedi battono una strada passata principalmente da macchine..uno spazio morto..un luogo di attraversamento a alta velocità..qui sono i segni umani a incuriosire..il contesto è di industria, automobili in movimento, aspettare l'autobus..qui si passa, qui ci si muove..difficile immaginarsi degli uffici (che in realtà esistono).. penso a quanti luoghi morti dedicati solo al passaggio esistono in questa città..quale il senso di qeusti luoghi..quale il fascino..
abbiamo poca voglia e pochi motivi per fermarsi lì..ci muoviamo..anche noi attraversiamo questo spazio..
beh con una velocità a me poco familiare, quella dei piedi in città...
Proseguiamo lungo il confine comunale tra capannoni e cantieri. Cercando di avvicinarci alla linea ci inoltriamo in una strada sterrata perpendicolare piena di pozzanghere contornate da preservativi spiaggiati che sembrano un po’ delle meduse, improbabili fioriere ornate di catarifrangenti, tracce di vita di ogni tipo, inattese tra capannoni della periferia produttiva. Poi
un cartello di pericolo a cui qualcuno ha dato voce a pennarello per un accorato appello “sono qui dal 2003, voglio tornare a casa, vi prego aiutatemi…”. Passiamo un sottopasso della ferrovia e JP mi indica qualcosa. Sul muro una tag ‘Pattex003’, writer della prima ora del sottobosco cittadino, che sta lì probabilmente dalla prima metà degli anni novanta. Più in la residui di una fotocopia, tipico stile Pattex. Siamo su derive già tracciate da altri psiconauti urbani…
Siamo molto dispersi, ognuno alla caccia di un suo trip personale. Attraverso la strada. Mentre aspetto gli altri faccio un pò di foto ai cartelli stradali, dando retta al suggerimento del Lorenz. Non abbiamo fatto nenche un kilometro da quando siamo partiti e la Serena sta cambiando rullino per la seconda volta. Se continua così fra poco rimmarrà senza. La mia attenzione cade su un muro di una banca, tutto piedo di
escrescenze cubiche. Gli scatto due foto e penso che sarebbe adatto per quei pazzi che se ne vanno in giro ad arrampicarsi sulle facciate dei palazzi. Intorno a noi un gran numero di grossi veicoli sfrecciano in ogni direzione. Dallo smog, quasi non si respira.
Procediamo lungo una traversa di Via Pratese, oltrepasando vari cantieri e altri posti assurdi. Uno strano incrocio di capannoni adibiti ad abitazioni e abitazioni adibite ad uffici. Ma che gli passa per la testa a sta gente? Faccio qualche battuta, mi accendo una cicca e visualizzo il barattolino del fumo abbandonato sula scrivania di casa. La cosa mi innervosisce non poco. Saltiamo un pò di qua un pò di la dalla strada, innescando un movimento randomico irriproducibile neanche in laboratorio. Nepo rimane disorientato e manca poco finisce sotto una macchina. Jp cerca di spiegargli che deve guardare quando attraversa la strada.
Passiamo davanti ad un grosso cantiere, poi sotto un cavalcavia pieno di scritte e infine sopra un ponticino non pù largo di due metri, che collega l'osmannoro a Brozzi. Ad un controllo sulla mappa, la nostra linea pasa più a sinistra di dove ci trovavamo, quindi imbocchiamo lungo l'argine del canale su cui passava il ponte. Gli aerei ci passano sopra. alla nostra destra, piccoli orti, nani chiusi nei giardini di piccole abitazioni e capannoni grigi non ben identificati. Noi ci stiamo rilassando. avanti.
PASSAGGIODIMENSIONALE intorno alle 12.00
Andando avanti..cercando di riavvicinarci alla nostra linea, che in questo momento seguiamo più o meno in parallelo..
"Guarda, questo capannone sarebbe perfetto per fare una festa.."
è vero..
siamo in mezzo al niente,in uno strada stretta, un passaggio che non è trafficato se non da chi lo conosce, che unisce la strada principale di Brozzi a via Pratese.
davanti a noi un piccolissimo cavalcavia, alcuni capannoni corrono di lato alla strada, uno in particolare è quello che attira l'attenzione dei nostri strumenti...
lavori in corso, un'area grandissima intorno..
due capannoni ex industriali in fase di ristrutturazione.. due, non uno, due,
cartelli di divieto d'accesso fissati a una sbarra che blocca l'ingresso..che voglia di entrare..più o meno la sentiamo tutti..l'istinto a seguire la propria curiosità in quelli che molti di noi individuano come punti chiave di una trasformazione non solo urbana ma sociale, l'istinto a riappropriarsi di questi spazi per renderli altro, perchè uno spazio non determina quella che ci si fa dentro..come direbbe qualcuno "sono le persone che fanno la festa"
si è proprio da segnalare come possibile luogo..un po' vicino alle case... però...per un paio di giorni...
(N.B. mi stanno succedendo due cose..l'umore grigio/nero sta piano piano svanendo...e m'infastidisco non poco del fatto che siamo più o meno tutt* a fotografare le stesse cose.. molte volte rinuncio a scattare..lo so che è normale, in fondo il gruppo di sei persone che compongono la deriva di oggi sono persone che hanno delle grosse similitudini..ed è anche vero che qua è difficile notare altro..però..va beh..problemi relazionali miei..più da analista che da report..)
la solitudine di questio spazi, la poca attenzione che molto probabilmente ricevono mi rilassa..
meno male vah..
Il cavalcavia precede
un ponticino...una parte della nostra deriva segue il corso di
un canaletto..
dall'argine dove stiamo camminando è difficile catturare particolari..l'orizzonte è quasi piatto, interrotto solo da qualche palazzone..passano gli aerei, siamo ancora abbastanza vicini a Peretola per vederli planare..
"tieni il cane a guinzaglio, che magari questa zona non "derattizzata", ma se lo è meglio non scoprirlo su di lui"
canmminiamo sul verde dell'argine..riesco a notare poco, oltre agli orti..
Stiamo passando in mezzo a dei terratetto il cui giardino confina con l'argine del canale..
oddio ci sono i nani da giardino..
"liberate i nani bastardi"
il coro è istintivo...;)
"oh là c'è un ponte, ma nella cartina non è segnato" silenzio "oh là c'è un ponte ma nella cartina non è segnato" silenzio "oh, abbiamo sbagliato, là c'è un ponte ma nella cartina non c'è segnato" "beh vedi di farglielo presente, quando incontri quelli che hanno fatto la cartina"
risata generale...
dopo aver attraversato il ponte non segnato e approdiamo a Brozzi..a trecento metri incontriamo una casa del popolo "libertà".. che farsene del cinismo in questi casi, no?
Passata la ferrovia, ci troviamo in un paesaggio completamente diverso. Un canale passa trasversalmente alla strada, su cui si affaccia il retro del vecchio borgo di Petriolo. La linea passa sulla nostra sinistra e per seguirla ci inoltriamo lungo il ciglio del fosso, disseminato di esche per topi. Magazzini, attività artigianali e giardini di villette popolate di nani di gesso. Svettano sui tetti antenne di cellulari. Al nostro passaggio dal canale color melma si levano in volo tre aironi. Poche centinaia di metri ed il canale si imbuca sotto l’asfalto. Siamo sulla via di Brozzi e giriamo a destra per ritornare verso la nostra linea che abbiamo intanto superato. Sembra di essere in un paese, pochi metri e ci ritroviamo al
CrLiberta' , dove prendiamo un caffè tra gli avventori locali che osservano stupiti il nostro strano commando guidato dal cane Akira.
ORE 12.30 BROZZI, PERIFERIA DI VILLETTE A _SCHIERA
Ci fermiamo a prendere il caffè, tanto per fare una pausa e riprenderci, mandiamo in panne la barista con un ordinazione kilometrica e dettagliatissima di vari caffè-corti, caffè macchiati, corretti, ristretti, cappuccini e cioccolata. alla confusione lei risponde con un sorriso e non ci chiede lo scontrino. Provo a pagare ma lei era troppo presa a amoreggiare con la cornetta del telefono; rimango impalato a fisarla con una mano protesa nel tentativo di darle i soldi, mentre lei continua a parlare al telefono, arricciandosi i capelli. Ci rinuncio, una rapida occhiata in giro, qui dentro si conoscono tutti, nessuna distinzione fra baristi e utenti, sono tutti abitanti di Brozzi. Ci sediamo,
strani personaggi seduti ai tavolini a fumare sigarette, un anziano con un cartello al collo coperto da una giacca logora ci guarda incuriosito; siamo alieni piombati in un contesto intimo e nascosto, questo lo sapevamo. Dopo poco usciamo. il paesaggio è stranamente omogeneo. villette a schiera, finti capitelli e statuette all'ingresso delle case, parabole satellitari,
biciclette, abbaiare di cani invisibili dietro le staccionate dei loro microscopici giardini. la cosa mi intristisce. la villetta, il cane, il giradino, skY, la domenica al centro commerciale, la domenica sportiva, il fuoristrada. sono questi gli orizzonti di felicità degli abitanti di Brozzi? sono questi gli orizzonti?. Mentre ci alontaniamo, procedendo verso l'arno, le villette lasciano il passo ai grandi complessi residenziali. A firenze ne avevo visti simili solo all'isolotto.
immense strutture a strisce, con giardini condominiali curatissimi e asettici. il cane nepo va subito a perlustrarli, in cerca di qualche cepuglio da contrassegnare. per due volte è costretto a rinunciare, prima a causa di una pensionata con il cappello viola che ci gridava incivili, poi per il rimbrotto di una donna, appena uscita dall'asilo del quartiere. i giardini ci sono, come il colore sugli edifici, ma non sono fruibili, mettono tristezza invece che allegria. il paradosso del'edilizia di massa degli anni 90. forse è solo il colore del cielo che li rende così sinistri. Comunque non vorrei essere vissuto in un posto come quello. Meglio senza giardino, meglio il campo incolto dove da bimbo andavo a caccia di cavallette, meglio l'abbandono, che quella finzione.
Ci allontiamo da brozzi, passando in un cantiere di grossi blocchi di cemento, in direzione della ferrovia e del fiume. Il fango ci impedisce di camminare, mi addentro nel cantiere per far le foto ai blocchi di cemento, sembra deserto, mi viene in mente il video di aphex twin con i bambini mostri. il pezzo mi sembra sia "Come to Daddy". c'è la stessa atmosfera. Procediamo, troviamo la ferrovia e la costeggiamo per trovare un sottopasso che ci permetta di arrivare dall'altra parte. Lo troviamo. C'è un cartello comunale che indica un percorso ciclabile/pedonale. di là c'è l'arno.
Le villette a schiera fanno tristezza, forse più dei nani rapiti..il mio umore che stava migliorando, risprofonda nel grigio del cielo..non ho voglia di parlare a nessuno uscita dalla casa del popolo..sento che ho bisogno di attraversare da sola, in questo momento..siamo alla periferia di firenze, della città che tutti definiscono "bellissima", quando rispondi alla banale domanda "di dove sei?"..bellissima..vaglielo a dire a loro, quanto è bellissima firenze..case con miliardi di panni stesi fuori=miliardi di persone dentro, due comunità, gli anziani di Brozzi, e i "nuovi" cinesi, che si fronteggiano..la cosa che più mi ha impressionato è che nè qui nè all'osmannoro abbiamo incontrato due persone di etnia differente a passeggiare insieme.
Le villette sono recintatissime, di poche si vedono le facciate delle case..in molte si sente l'arrabbiato abbaiare dei cani da guardia che si avventano contro il cancello..una villetta ne ha addirittura quattro..passiamo..si azzuffano tra loro, il nostro cane_esploratore si schifa della scena..la padrona richiama all'ordine: "cerbero, cerbero tesoro, lascia stare.." Cerbero ha detto...
via Pistoiese..lasciamo alle nostre spalle "brozzi dei cinesi"
davanti a noi le temutissime Piagge, il massimo della rappresentazione della periferia in uno sputo di città come questa..la differenza è immediata un confine tracciato da una strada ad alta percorrenza..
nella mia testa si configura così
osmannoro-->fabbriche/via pratese-->brozzi-->via pistoiese-->Piagge
tre mondi, davvero tre mondi divisi da una strada..
siamo in sei, ma è come se stessi facendo tutto questo da sola..alla vista dei palazzoni mi si attanaglia lo stomaco..dalle villette da paese di mare, agli alveari..
si è tentato di renderli più belli..colonne colorate, un giardino fatto con delle inutili casine colorate dove il cane non può andare..immagino che quindi i bambini non possano correre, che i ragazzi non ci si possano sedere e nemmeno ci possano fare l'amore sopra..utile, direi..ti rende la vita più bella, sopratutto quando il tuo palazzo è circondato da merda, discariche, puzzo, un inceneritore, cantieri in perenne costruzione..è periferia lo so... non riesco a dire niente, non riesco a fotografare niente, vorrei passare lo squallido che ho nelle ossa..
continuamo..un cantiere aperto con dei blocchi di cemento..
"guarda, sembrano le cassine della felpa dei laboteck"
click di fotografia
tumtumtumtumtum
IL FIUME, IL, PONTE, IL CAMPO
Appena arrivati sulla sponda del fiume sentiamo l'eco di una canzone commerciale provenire distorta dall'altra parte; è il campo Rom. c'è, ma non si vede. Il sole fa capolino. Il sole mette bene. Sempre. I pali logori della ferrovia sulla sinistra, le nutrie e il loro fiume dall'altra. Sull'orizonte il ponte all'indiano.
Andiamo verso il ponte, che da lontano si fa notare. Mi chiedo come faremo ad attraversarlo. Qualcuno mi dice che c'è un attraversamento pedonale. Non lo sapevo. C'ero sempre e solo passato sopra, con la macchina. I tiranti, i bulloni, le strutture
la consistenza. Mi prende troppo bene. penso che sia uno dei posti più belli di Firenze. Il sole si fa strada fra gli intricati intrecci metallici rossi, le vibrazioni ci fanno oscillare. Non riesco ad immaginarmi come fa una cosa così massiccia ad oscillare. eppure oscilla. Il Marians vuole scendere. Scattiamo settantamila foto, sembra di essere nel ventre della nabucco donosor o in qualche puntata di star-trec, a seconda dell'immaginario di riferimento. I motorini della zona attraversano abitualmente quel percorrimento. La Sere ci molla, deve andare a lavoro, la lasciamo in fondo al ponte e ci dirigiamo verso il campo rom per riprendere la nostre linea. dobbiamo passarci in mezzo, non lo immaginavo, mi prende un pò male. prendo il cane al guinzaglio, mi avvicino agli altri, metto via la macchina fotografica e mi metto le mani in tasca. NOto che anche gli altri fanno lo stesso. Sarò stato io a generare la paranoia? qualcuno, più deciso lascia acceso lo strumento e assume un'aria vaga ma serena. non riuscivo a trovare una collocazione al mio gruppo in quel contesto. Il campo rimane sulla sinistra, lamiere arrugginite, panni stesi, vecchie roulotte. Noi percorriamo una strada asfaltata che ricorda la via di un mercato. Da entrambe le parti della strada, persone. ci osservano e si occhieggiano. il concetto di alienità assume proporzioni massicce nella mia testa. mai stato così concreto. Troviamo la fonte della musica che sentivamo dall'altra parte. Una macchina con il bagagliaio aperto che nasconde dei diffusori acustici. Ad un primo acchitto mi sembrano artigianali. La mia attenzione viene risucchiata da un Rom intento a far rombare il motore della sua Delta. non si capisce perche quella macchina si presta così a questo tipo di affermazioni. Misteri dell'industria automobilistica. Il tipo fa un paio di vasche nella "via" che stavamo percorrendo, sempre con il motore rombante si mette a sgommare con un altro tipo. Prendiamo un pò coraggio e ci rilasiamo, complici dei bimbi che si mettono a scherzare con il cane. gli occhi dei bimbi sono sempre i più puliti. Non sono ancora meschini come noi e tutti i grandi. non ancora, ma lo saranno presto. il bus della scuola li aveva appena mollati nel campo e se ne era andato. Ho pensato allo scarto che si vivevano, a quanti mondi inconciliabili abitavano. la sensazione che mi ha lasciato dentro si è protratta e amplificata per una mezz'ora, e mi ha abbandonato solo quando siamo arrivati
davanti alla greve. non era mezz'ora, erano 10 minuti, ma a me sembrava mezz'ora. vallo a chiedere a Bergson.
sarà il sole, sarà che il ponte di ferro dell'indiano è da sempre uno dei miei posti preferiti...mi sento bene..la musica etnica che abbiamo sentito prima del ponte mi ha messo di buon umore..davanti a me il panda, jp e low..sto passeggiando accanto al marians..siamo in silenzio, rilassati ma in silenzio..low "fedele alla linea" non si ferma davanti all'entrata del campo, rimango abasita..non può voler entrare veramente.. mi inizio a tendere.."io non ci voglio passare in mezzo al campo""che vuoi che succeda" lo so che fa finta di niente ma è innervosito pure lui..entrambi abbiamo gli strumenti nascosti..penso che se ci togliessero tutto farebbero bene..alla fine stiamo invadendo un luogo loro..questa per me è una BARRIERA altro che cancello..testa alta, cerco di ostentare sicurezza, provo a osservarmi intorno facendo finta di non farlo, con l'idea di registrare più cose possibili..siamo in mezzo al campo clandestino Masini..scoprirò la sera cena.. stiamo passando su una stradina sterrata, ai cui lati varie persone ci guardano, immobili, braccia conserte..due macchine poco davanti a noi sgommano l'una davanti all'altra..una signora sulla cinquatina con i biondi capelli tinti, sorride di denti d'oro..mi sento in più di troppo, fuori luogo, non so niente di questa gente della loro storia, gli sto passando in mezzo per seguire una fottuta linea..però le mie categorie di paura si scombinano..riesco persino a sorridere quando vedo l'origine della musica: una fiat brava con montate delle casse dentro al cofano aperto..ormai quando siamo quasi alla fine del campo arriva il pulmino giallo dello scuola bus.. scendono tre bambini..un bimba vedendo il cane nepo urla "ho paura dei cani" e scoppia a ridere, in una maniera così immediata come solo i bimbi riescono a fare..mi sento meglio..e sono felice che la nostra linea rasentava il campo..sono felice che qualcuno ha deciso di andare avnti..mai, credo, anche se fossi stata a firenze per i prossimi 40 anni avrei attraversato da sola una situazione così..avanti..
Mentre gli altri si attardano a fotografare il fotogenicissimo giocattolone rosso di acciaio, mi spingo un poco avanti e mi vado sedere su un blocco di cemento, osservando la strada che ci aspetta. Per ricongiungerci alla nostra linea dobiamo passare la strada che costeggia l'arno lungo la quale è sorto il campo masini, il più disperato e malfamato degli accampamenti nomadi di Firenze. So che appariremo come un branco di alieni in mezzo alla gente che si attarda indolente sulla strada. Mi pongo il problema se filmare o no, e se farlo di nascosto... decido di accendere la videocamera e portarmela appesa giù... al limite mi interessa registrare l'audio, visto che il paesaggio sonoro zigngaro ha fatto irruzione nel nostro viaggio già dall'altro lato del fiume. *
Masinicrossingaudio.mp3:
In ogni modo non andrò a cercare le persone nel mio obbiettivo, ma voglio registrare il 'passaggio' anche attraverso una traccia emotiva, contratta, disturbata, come è stata la nostra sensazione. Immagino che i miei compagni possano essere un poco innervositi, ma mi sembra giusto trattare quella gente e quell'ambiente esattamente come tutti gli altri mondi incontrati sin qui... d'altra parte io e jp abbiamo avuto a che fare altre volte con i Rom e non abbiamo mai vissuto niente di spiacevole, trattando con loro in maniera fiduciosa. Comunque, a dispetto del fatto che sembra di inoltrarsi in una baraccopoli, siamo su una strada aperta. L'attraversamento è qualcosa di emotivamente intenso, alcune centinaia di metri fra roulottes e bagni chimici, passando fra sparuti gruppetti di persone che si fermano a guardarti in silenzio, e con una macchina guidata da un magnaccione ornato di anelli d'oro che ti sgomma a fianco guidando atteggiato a tipo cool, mentre fa le vasche in mezzo alle pozzangere dello sterrato. Se non è attraversare un mondo...
L'ACQUEDOTTO
Con la greve sotto gli occhi e i piedi in un campo incolto, l'unica via per attraversare il torrente (che ho scoperto essere grossotto) era una sorta di cavalcavia, su cui scorrevano due grossi tubi dell'acquedotto di Mantignano. Il ponte era recintato e chiuso da entrambi i lati. In bella vista su uno dei cancelli il classico divieto di accesso. decidiamo lo stesso di attraversarlo, non avendo altra soluzione.
i due cancellini si scavalcano facili, il cane nepo passa sotto, e tutto fila liscio. Una volta di la ci troviamo dentro l'acquedotto, che ovviamente era recintato. Dopo una rapida perlustrazione dei confini, decidiamo di imboccare il vialone alberato davanti a noi pensando di trovare un varco. poi la paranoia ci ha assalito (era ora). se ci trovano ci inculano? in coro abbiamo risposto si nelle nostre teste, riversando quella affermazione nelle nostre gambe, sincronizzate in un retrofront collettivo. nepo correva per il prato come lessi nella prateria. nel tragitto fino al cancellino laterale (che andava scavalcato) sentivo il tg4 di fede che inneggiava a possibili terroristi pronti a riversare quintali di antrace nelle tubature pubbliche.
Una volta al cancellino abbiamo scavalcato tutti e nepo ce lo siamo passati da sopra. eravamo fuori, di la dalla greve e non ci avevano beccati. FEEEEEKKOOOO!!!!
Ci siamo fatti tutta la strada, passando da davanti l'ingresso ufficiale dell'acquedotto. Dopo l'intrusione, i nostri occhi hanno notato le molte telecamere all'ingresso. Due cazzate e Via verso Mantignano.
l'adrenalina sta piano piano scedendo..a questo punto penso di poter fare qualunque cosa..così mentre la strada sterrata di fango (che a noi piace, per fortuna..) s'inizia a insinuare verso una foresta di sterpaglia lungo l'argine della Greve, non mi preoccupo, anzi, mi metto in cima alla fila..per un attimo, ossia fino a quando non realizzo che mi potrei trovare di fronte un ratto gigantesco e svenire sul posto..al che rimando davanti indiana_lorens, che subito aguzza la vista per trovare un passaggio..dobbiamo scavalcare la greve, per arrivare alla meta..l'unico ponte che si presenta davanti a noi è recitato, due tubi enormi che ci passano in mezzo.."che cos'è?""gas!"risponde qualcuno in maniera decisa..il marians spegne la sigaretta.."ma siamo sicuri che non c'è altro modo? e poi come facciamo con il cane?" immediatamente cerco d porre ogni problema possibile per evitare di scavalcare..io odio scavalcare i cancelli..non sono in grado..."ma certo che si fa" è..certo che si fa..mi chiedo perchè sto facendo questo gioco e perchè non sono a casa a fare qualunque altra cosa..passiamo uno alla volta, io e jp per ultime..ok, è vero, era facile, sono sempre la solita codarda..si passa di l'altro cancello in fondo al ponte e....siamo in un aerea recintata..o riscavalchiamo o rimaniamo lì.."ah, siamo nell'acquedotto di mantignano"..ah certo..figurati alla fine l'acquedotto che vuoi che sia...penso che è meglio che ci muoviamo di qui..alla fine m'infastidirebbe dover spiegare che cosa sto facendo e perchè a un custode infastidi che gli siamo entrati in culo..ok. unica soluzione: il cancello..e col cane? ma dato che Lessi al confronto del nostro cane era un pischello stupido in balia dell'ormone, lui si fa letteralmente passare da un cancello di due metri..poi passiamo pure noi..bene siamo fuori..siamo in mezzo al niente, dobbiamo tagliare per i campi..il cielo è strano mezzo nuvoloso e mezzo no..le tre del pomeriggio d'inverno..un orario un po' nostalgico..penso a quante cose ci sono da registrare in una giornata così..mi sento piena..e ancora non è finita...
vamos a ver..
MANTIGNANO
alla fine dello stradone dell'acquedotto arriviamo ad un crocicchio dove c'è un
ometto con un immenso pappagallo appoggiato su una spalla, stile capitan uncino. Il tipo, sulla sessantina, risponde al nostro stupore invitandoci ad avvicinarlo. si fa fotografare, poi me lo mette sulla spalla, nepo lo guarda come silvestro guarda titti. la cosa non mi entusiasma perchè ho paura mi cachi su una spalla. intanto tutti gli altri mi scansionano con i loro occhietti meccanici e mi prendono per il culo. il tipo alla fine lancia il pappagallo che si fa una volata tutto intorno al posto e poi si riappoggia sulla sua spalla. nepo sogna di avere le ali. sul crocicchio, oltre al tipo con il pappaggallo troviamo anche un bar tabacchi. anzi IL bar tabacchi. il classico bar all'estremità di tutto, tangente a qualsiasi periferia, a conduzione familiare, con dentro personaggi pasoliniani (uno assomigliava ad umberto smaila). hanno il cibo e noi siamo felici. ci fermiamo, divoriamo tutta la loro vetrinetta e beviamo birra e caffè in quantità. come al solito nepo scrocca un pasta dal barista. l'ambiente è sereno, stiamo bene e ci scappa qualche considerazione sulla gita.
usciti dal bar, riandiamo a caccia della linea. Dobbiamo attraversare Mantignano e poi procedere per i campi fino a Sollicciano. sono le tre del pomeriggio, c'è unsole sul rosso e non ci manca niente. una canna, forse. Mantignano è il posto delle madonne. davanti alle casette sopra le porte, agli angoli delle strade. sono ovunque. piccole nicchie,
qualcuna illuminata al Neon. ci sono molti
cantieretti lungo la strada, piccole ristrutturazioni. Un silenzio quasi surreale. ho trovato perfino
un citofono con rifiniture in radica. verso la fine del paese le case si diradano e cominciano i campi coltivati, con molte serre.
MANTIGNANO, IN and OUT
"in":
- La schiacciatina ripena di salsiccia e stracchino
- Umberto Smaila
- Il proprietario del bar che ha dato la pasta e l'acqua a nepo
- Il citofono in radica
- Le strade strette
- Il propietario del pappagallo
- Le pecore
"out" :
- il pappagallo bastardo che mi ha morso un dito
- Le madonne che s'insinuavano ovunque
- L'aria della sera che avrebbe fatto diventare malinconico pure Marx
- Le vecchine rincoglionite che non ci sapevano dare indicazioni
- La strada scomparsa
I CAMPI
Controlliamo sulla cartina, la traiettoria della nostra retta taglia i campi e le poche stradine che li dividono fino alla superstrada, al di la d essa c'è il super carcere e la fine dell'esplorazione. Prendiamo una delle stradine, nei campi, coltivati a cavolo nero e lattuga, qualche
contadino è preso nella raccolta.
arriviamo fino ad un complesso in ristrutturazione. Sulla cartina è indicato con il nome di Castelnuovo. All'orizzonte vediamo
il carcere. alle grate della prigione alcuni
FazzOletti sventolano in segno di saluto. Qualcuno ipotizza una protesta, altri un semplice saluto a dei conoscenti in visita sotto il carcere. Tutti sanno che queste rimarranno solo ipotesi. La cosa non ci entusiasma per un cazzo. Si sente il rombare delle auto sulla supestrada. Sulla carta, sono segnati due passaggi per oltrepassarla. Qualcuno si accorge che abbiamo preso la strada sbagliata, e decidiamo di ritornare indietro per raggiungere la via maggiormante a ridosso della nostra linea immaginaria. Ripercorriamo tutta la strada al contrario tornando sui nostri passi per circa un Km. decidiamo allora di muoverci nella direzione opposta, aggirando i campi da est, in direzione dell'altro sottopasso. Attraversiamo una lunga via che costeggia da una parte i campi coltivati, dall'altra una serie di villette con i soliti cani che abbaiano.
il sole è basso sull'orizzonte. Dopo circa due kilometri arriviamo ad un simpatico cartello che ci avvisa che la strada è chiusa. Proviamo lo stesso ad arrivare in fondo, non si sa mai fosse stata una bufala. non lo era affatto. Il marians prova a bussare alla finestra della casa che chiudeva la strada. All'interno, una vecchia signora, si barrica in casa e risponde a gesti confusi di andarcene. Capiamo che le comunicazioni sono interrote e giriamo i tacchi. Sollicciano e li davanti a noi, ma noi non ci possiamo arrivare. Non resta che tornare indietro e ritentare la via precedentemente abbandonata. Prende male quasi a tutti, la stanchezza si fa sentire, non si vede più un cazzo, i rullini e le schede delle macchine sono piene. Lorenz, come un moderno Annibale, infila per un campo, noi gli andiamo dietro. attraversiamo varie serre,
casotti, campi di girasoli. sulla terra umida dei grandi
teli di nylon proteggevano la verdura dal freddo. Ci ritroviamo al Castel nuovo. Da li procediamo verso la superstrada, incoraggiati dal traffico di auto che proveniva da quella direzione. In breve ci accorgiamo che esiste un sottopassaggio. Non è un cazzo vicino, ma noi si sà, siamo fedeli alla linea e soprattutto senza alternative. Caminiamo lungo il guard-rail in fila indiana, prendo nepo al guinzaglio perche pensa di essere in un prato invece che su una tangenziale. Stiamo in silenzio, qualche spruzzata d'acido ogni tanto, qualcuno prova a tirar su il morale delle truppe. Alle cinque riusciamo ad arrivare al carcere e andiamo a prendere il bus verso casa. Mi sembrava di essere ritornato dalla guerra del Vietnam.
Punto di partenza..punto di arrivo
le cose mai sono casuali anche se tendono al caos,
ed è un caos quello che mi parte dai piedi e arriva alla testa,
mentre ridendo e scherzando con i miei compagni di piedi
vedo in lontananza il panottico sollicciano
Assomiglia ai palazzoni, grigi
Assomiglia un po' all'ikea, grigia
Non c'è da stupirsi che un carcere sia grigio.
migliaia di corpi racchiusi,
a regole precise
a orari precisi
nessuna via di scelta.
nessuna possibilità, neanche remota.
O meglio dire, nessuna via.
Il cielo va al tramonto
E' rosso.
non c'è da dire nient'altro:
il cielo è rosso.
Come non c'è da dire nient'altro che sollicciano è chiusa.
Dalle sbarre sventolano fazzoletti
uno rosso, gli altri bianchi.
Sventolano davantii al carcere,
cercano di salutare,
cercano di farsi vedere
e ogni gesto per rompere il muro, pesa
o meglio, a me pesa.
Mi sento stupida e infantile
non so che esiste, lo so che c'è
ma vederlo lontano
vederlo vivere
vederlo vivere da chi sta chiuso li dentro,
pesa.
tante cose peggiori.. è vero.
Ancora davanti alla mostruosità del carcere, rimango senza fiato.
Pesto girasoli, continuando un gioco che mi porterà alla meta
Sollicciano
Per molti Sollicciano è solo la fine.
Per me è l'arrivo di questo gioco.
La testa mi pesa mentre aspetto l'autobus per tornare
alla quotidianeità della mia vita.
sono arrabbiata.
solo e semplicemente arrabbiata.
La mia fine, di questo viaggio di un giorno, alla velocità dei piedi.