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DERIVA 01 | escursione del 17.11.04 dal Polo di Novoli all'IKEA all'osmannoro

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IL POLO DI NOVOLI

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Ci siamo ritrovati 'intorno' alle 10, in via Forlanini, all'angolo di viale Guidoni. Di fronte all'ingresso del nuovo PoloUniversitario. Lì nell'attesa della partenza ho notato:

  • 1) Un intensissimo ed inspiegabile puzzo di cipolle marce che impestava il luogo del nostro appuntamento.
  • 2) un notevolissimo incremento dei pedoni che attraversano al semaforo del viale, in maggioranza studenti che vanno e vengono dall'università. Questo costituisce una evidente novità, ad un semaforo a cui ricordo di aver visto quasi solo lavavetri.
  • 3) il chiosco della pizza all'engolo di via Forlanini, luogo del nostro appuntamento era chiuso ancora alle 11 del mattino. Strano che non abbiano realizzato che si può fare un gran business con la ressa di studenti.

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Ho lasciato il Marians a casa sua e me ne sono venuto da solo. Lui è lento e io se arrivo tardi sto male. Sono arrivato davanti al polo di novoli in anticipo e ne ho approfittato per fare colazione in un barretto nascosto qualche strada più dietro. I bar.....grande cosa. A Firenze ce ne sono milioni, sono come le pietre numerate ai cigli delle statali: uno ogni venti metri. Mi piace prenderci il caffè e fare colazione. ormai ho imparato a riconoscerli e a suddividerli in categorie. Questo era il classico bar anni novanta, con l'arredo in finta radica e il bancone luccicante. Aveva le schiacciatine con la rucola e il prosciutto crudo, molto di moda in città. Ne ho mangiato una, sfogliando "la nazione". Quel giornale per me è importante, mi ricorda tutte le mattine che razza di mondo di merda abito. credetemi, aiuta a non crearsi false aspettative. Esco dal bar, mi accendo una cicca e vado verso il meeting point. E' una giornata fantastica, c'è un bel sole e sto benone. Il capannino dove ci eravamo dati appuntamento era chiuso, noto con piacere che non riconosco tutti. Ci scambiamo due battute e aspettiamo che arrivino gli altri. Per l'occasione avevo stampato pure gli adesivini "verificato" e mi sono messo a distribuirli a tutti gli psiconauti presenti. Nell'attesa ho scattato qualche foto inutile. Del resto avevo comprato la macchinetta fotografica da poche settimane e per lei quella gita era il suo battesimo. Quando leviamo le tende sono le 11 e siamo circa otto persone. La nostra retta passa lievemente all'interno dell'area universitaria e poi fila dritta lungo Viale Guidoni. Ci aspettano diversi cantieri. Quella che stiamo per attravesare è una "zona calda" della nuova città. Un tot di gente si infila nel polo e ne perdiamo subito le tracce. altri vanno avanti, costeggiando il cantiere e facendo foto in qua e la. Il polo è un organismo strano. Passandogli accanto non si capisce quali sono gli edifici finiti e quali no, quali sono destinati agli studenti e quali all'amministrazione e al personale. Nel complesso, come architettura mi ricorda i palazzoni dell'isolotto. Possibile che fanno tutto con questo stile "campo-di-concentramento-con-fioriere"?

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Abbiamo appiccicato il nostro primo bollino "verificato" da cartografiaresistente.org, e siamo partiti in otto, seguendo la linea che passava appena all'interno della recinzione del cantiere... Ma due di noi si sono attardati entrando nell'università... La nostra linea passava appena all'interno del recinto. L'unico modo per seguirla era di entrare nel perimetro dell'università, ma ci si imbatte subito nelle recinzioni di cemento del cantiere che precludono la vista, salvo alcune fessure da cui si vedono i cantieri in piena azione. Proseguendo sul viale Guidoni, sono giunto all'imbocco del cantiere. Ho provato a FilmAre, ma immediatamente dal casotto prefabbricato è uscita una guardia che mi ha detto che era proibito. Gli ho fatto presente che ero in mezzo ad una strada pubblica, ma lui ha obbiettato che il controviale non era suolo pubblico, bensì parte del cantiere. Mi piacerebbe scoprire se sparava cazzate o no. Comunque sono retrocesso di pochi passi e mi sono rimesso a filmare dal bordo. Capirai la differenza... Proseguendo, passato il semaforo occupato da un gruppetto di lavavetri arriviamo al muro della ex Carapelli demolita. Rimane il muro di facciata alto poco più di due metri, in mattoni, col cancello verde su cui si legge l'impronta sbiadita del logo Carapelli e tre finestroni con grate guadrate che fanno da cornice al cantiere. Uno scorcio suggestivo.

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Una serie di FilTri accolgono chi entra nell'area del nuovo polo universitario: fuori, una sbarra che controlla l'accesso delle auto, alcuni ragazzi in prossimità del cancello, che distribuiscono volantini. Diversi gruppi di ragazzi, che chiacchierano e fumano, punteggiano il piazzale. Dentro, passata la portineria ed una serie di bacheche e di schermi piatti che fanno sembrare il piano terra la sala di aspetto di un'aeroporto, si presentano una scala e un ascensore. Quest'ultimo può essere utilizzato solo dai professori e dal personale che possiede un tesserino magnetico. Accediamo al primo piano con la scala: qui ci sono le aule, che si affacciano su un ballatoio dove troviamo altri gruppi di ragazzi. Il ballatoio si affaccia sul piano terra: negli spazi pubblici di questi due piani ogni punto è visibile dagli altri punti. Invece se vogliamo vedere cosa c'è al secondo piano occorre una tessera magnetica, oppure ci si deve fare autorizzare in portineria. Lo indicano i numero si cartelli di divieto. Se chiediamo a qualche studente cosa c'e' di sopra, nessuno ci sa rispondere. Ci sono gli uffici dei professori. Si può accedere solo al vano scale, aprendo una porta: uno spazio completamente vuoto, bianco, silenzioso, molto diverso di quanto si vedeva prima della porta. Solo telecamere, ulteriori divieti, riconoscitori di tessere magnetiche e porte chiuse. Aldilà della porta uno spazio accessibile solo agli indisturbabili autorizzati. Rappresenta benissimo e senza mezzi termini la struttura sociale dell'università. Verificato questo spazio, fallite alcune interviste con studenti e con una donna delle pulizie, ci incamminiamo per raggiungere il resto del gruppo. Per strada ci fermiamo a parlare all'altezza della sede Telecom, con una ex-dipendente della società telefonica, ora in mobilità come molti altri colleghi. Ci racconta che nella zona di Novoli abitavano i lavoratori delle industrie pesanti come Fiat, Carapelli, Pignone ecc. Ancora si vedono i binari che portavano le merci dalla stazione alla sede Carapelli. Ora molte di queste fabbriche sono chiuse, ed il lavoro pesante si fa altrove. Al loro posto nascono Tribunale (progetto degli anni sessanta), Università, e altri servizi che vengono raggruppati e decentrati. Anche la sede Telecom era stata da poco raggruppata e decentrata lì a Novoli, ma già sta licenziando molte persone che vengono assunte da altre parti con contatti precari. Ci dice che lì ci sono molti zingari, e che è una zona degradata, una specie di bronx, ma lei non ci vive, lì, ci ha solo lavorato. Più avanti, in un giardino misero che si affaccia sul viale Guidoni, di fronte al cantiere del tribunale, troviamo una coppia di anziani che fa una pausa su una panchina, interrompendo una passeggiata al sole. Ci dicono che avrebbero voluto vedere un parco grande nell'area ex-Fiat, un parco come Central-Park di New York. E diffidano della promessa di costruire un parco tra la nuova Università e il Palazzo di Giustizia, vicino alle nuove case che verranno vendute a cifre che raggiungeranno il "miliardo". Lì nel giardino dove parliamo, dove la gente porta a pisciare i cani a un passo dalle macchine che scorrono rumorosamente nel viale, durante la guerra c'erano le capanne degli sfollati, che poi sono stati alloggiati a Sorgane in capannoni di cemento appena più dignitosi.

PALAZZO DI GIUSTIZIA - VIALE GUIDONI - MERCATO ORTOFRUTTICOLO

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Non riesco a concentrarmi. sarà che è la prima esporazione, sarà il fatto che con molti dei miei compagni non ho confidenza. Fatto stà che passo il primo tratto del cantiere a pormi domande senza risposta sui destini dell'esperienza e sulle nostre sorti in generale. Ognuno di noi ha una cartina con la riga segnata sopra; ci metiamo ad osservarla con aria dubbiosa. Fra il polo universitario e il palazzo di giustizia cìè un enorme buco. Qualcuno mi dice che ci dovra sorgere un parco. In effetti sul rendering attaccato fuoir dal cantiere c'è proprio un parco. sono sicuro che verrà gelido e inabitabile almeno il doppio di quanto lo è sul rendering. Mi fermo a fare delle foto dalle fessure che si aprono nella recinsione che da sulla strada. Si vedono i conodmini anni 60 sullo sfondo e in primo piano le intelaiature del cemento armato, ancora spoglie.... Arrivati al Palazzo di Giustizia, ci fermiamo. e' enorme e strafigo. cazzo quanto vanno veloci. Penso a quanto deve essere bello andare in prigione da questa struttura tutta vetro e acciaio, piuttosto che dall'attuale tribunale, in superati mattoni e cemento. Mi viene in mente il palazzo della verità di 1984. Nonostante tutto, la bizzarra architettura mostra qualche scorcio suggestivo e mi cimento a fare delle foto. l'ala ovest del palazzo è più indietro nei lavori, è ancora tutta incartata da teli e tubi innocenti. sembra l'opera di qualche artista da Landart. Provo a avvicinarmi all'entrata del cantiereseguendo la polvere alzata da un TIR in manovra nel piazzale antistante. Scatto un paio di immagini in prossimità dell'ingresso. Un tizio, un vigilantes, mi vede e corre verso di me con la mano alzata. io lo saluto e continuo a scattare. "FERMO!!! non si può scattare foto qui" una volta vicino mi chiede chi siamo e cosa vogliamo. gli dò un fiorino e me ne vado. Sotto al palazzone spiccano tutta una serie di cartelloni pubblicitari di dimensioni abnormi. Uno di essi ritraeva l'inquietante faccione di Massimo Boldi in una delle sue smorfie da Drive-In....il ritorno delgi anni 80.....cazzo ci hanno trovato! Superiamo il cantiere e entraimo in una zona più residenziale. Qui ancora non sono stati riqualificati. Ci sono tutta una serie di palazzi anni 60 con i vari negozietti sotto. un pò di persone si muovono nei parcheggi, dentro bar, per strada. Ci fermiamo a prendere un caffè e comprare le sigarette. Qualcuno ci aspetta fuori. Neanche usciamo e la commessa ci rimbrotta accusando uno di noi di non aver pagato. Il coglione in questione, torna sui suoi passi e va a pagare. A questa altezza, viale guidoni cambia direzione, incuvandosi verso nord. la linea salta di là dalla strada e noi facciamo lo stesso. Rischiamo anche la morte, sbucando come dei viet-cong dai cespugli del vialone.

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Approdiamo nel comodo parcheggio/piazzale del mercato generale. E' mattina presto per me, lì è già successo tutto, ci sono solo i resti, tonnellate di cibo smerciate per tutta la città e chissa dove, migliaia di braccia che le caricano le spostano le ammassano; pare che quando non c'hai proprio una lira vai a lavorarci. a me viene in mente l'africa e sorrido all'idea di un mercato recintato vigilato separato: non c'è nulla di più fondativo di una città di quanto può esserlo un mercato, eppure... a volte penso che il capovolgimento è la figura simbolica della contemporaneità. guardiamo dentro tra le sbarre, dietro di noi il traffico e il parcheggio. c'è un posto vuoto tra altre auto, a terra le cicche di un posacenere e un paio di collant, sanno entrambi di consumato; di fianco su una staccionata dei vestiti, chissa di chi. chissà quali storie in quel parcheggio del cazzo, ma qualcuno le vive. cerco di immagginarmi la veduta che si ha di tutto il piazzale e dell'interno del mercato dall'hotel fleming, di là dalla strada. si potrebbe fare: una notte al fleming e telecamera fissa a afre un 12ore PS. incrociamo un vecchino che passeggia con il cane: sono piuttosto uguali, e hanno l'aria molto indifferente, chissà, forse lui da casa sua vede sempre queste cose dall'alto. ci attardiamo abbastanza, c'è una luce esagerata, cristallina tersa, non so più cosa fanno gli altri. mi rendo conto che ci muoviamo con atteggiamenti tempi e arie intorno a noi assolutamente fuori contesto, poi concludo che non c'è un contesto di riferimento. in quel piazzale ci si passa e basta, non ci si sta. siamo ciondoloni di fronte all'ingresso del centro giovani, che si trova di fianco ad una banca. un posto triste con le sedie di plastica e le grafiche comunali appese alle pareti. mi intrippo con il macro a fare una foto ad un vecchio tubo dell'acqua di un arancio bellissimo, ma sullo sfondo della mia inquadratura si muove qualcosa. guardo, è una giovane guardiana della banca, sguardo fiero ma dolce, una di quelle fiorentine belle ma un pò mascoline e soprattutto tese, che ha notato il mio obiettivo nella sua direzione e mi sta dicendo "oh! io no é!". provo a scherzarla ma è già scomparsa: devono averglielo insegnato al corso da guardia. peccato. ci muoviamo oltre.

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Viale guidoni è veramente lungo. Dopo il mercato, ci infiliamo in una stradina che costeggia degli edifici molto vecchi, a prima vista abbandonati. Dietro di essi , a giudicare dalla cartina, ci dovrebbe essere un campo di calcio, solcato dalla nostra linea immaginaria. Cerchiamo un varco per accedere al campo ma niente, privato. Il cancello in fondo alla stradina è chiuso. Torniamo sui nostri passi. In cima alla strada, nel punto in cui si congiunge con Viale Guidoni c'è un grosso spazio lasciato all'incuria. In teoria deve fare parte della struttura abbandonata subito dietro. Probabilmente ancora non hanno trovato il modo di riqualificare quell'anfratto, e lui, per non sentirsi inutile, si è trasformato in una sorta di racoglitore entropico. Ci sono montagne di ghiaia, sigarette scoppiate, qualche giornaletto pornografico, preservativi, spazzatura di vario generere e grado. Su uno dei muri che lo cingono c'è una sigla. Non rieso a capire cosa significhi ma mi piace come è scritta e la fotografo. Anche da li nessun varco....attacchiamo il bollino verificato e usciamo in cerca di un altra strada. Mik a messo mano al caramello e io gli facio compagnia di buon grado. Siamo ancora su viale Guidoni, la nostra linea passa decisamente più all'esterno. Infiliamo nella prima traversa disponibile, un lungo stradone che corre parallelo alla ferrovia.

I GIOSTRAI - IL DEPOSITO DELL'ATAF - LA TANGENZIALE

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Cazzo QUESTO è un camper. Altro che i furgoni dei traveller che si trovano ai party. Sulla Nostra sinistra, un piccolo accampamento di giostrai, con i loro camion carichi di pezzi di luna park parcheggiati fuori. Per entrare nel campo c'è un cancello verde con tanto di campanelliere e cassette delle lettere. Dentro sembra deserto, si nota solo qualche ombra muoversi dietro gli immensi camion-case. Quanto diavolo costeranno quei cosi? penso che li fanno su misura per loro. Hanno anche le staccionate, i balconi con il parquet e le pareti con i vasi di fiori, modello ranch americano. Al di la del campo corre la ferrovia, che per noi era diventato il prossimo ostacolo da superare. Entriamo all'interno, scattiamo due foto. Un gruppetto di persone ci viene vicino e ci chiede chi siamo. Anche normale. Noi gli spieghiamo che stiamo cercando un modo per superare la ferrovia e una di essi ci indica un sottopasso alcune centinai di metri più avanti. Salutiamo i giostrai e ci incamminiamo. Dalla parte della strada, i marciapiedi sono costeggiati da un interminabile fila di camion parcheggiati. dall'altra parte , almeno una decina di batterie abbandonate. mmmm...questi giostrai devono essere di Greenpeace. Passiamo accanto ad un campo recintato. All'inizio non capisco se è un parco giochi per bambini poveri o un campo di addestramento per cani ricchi. Si rivela essere la seconda. Qualcuno mi dice che ci addestrano i cani dell'unità cinofile e quelli di protezione civile. Una serie di assi e bidoni...non mette tanta allegria, anzi....è piuttosto deprimente. In fondo alla strada scorgiamo il sottopasso. davanti ad ogni sottopasso che si rispetti c'è un bar. c'è sempre un bar. Prendiamo qualcosa da mangiare e ci riforniamo di cicchini. in attesa che il gruppo si ricompatti, mi siedo all'imboccatura del sottopasso che porta dentro il deposito, approfittando per dare una consultata alla cartina. Ancora c'è un bel pò di strada da fare. Dopo pochi minuti riprendiamo la marcia. Alcuni lavoratori dell'ataf ci guardano passare; Hanno la faccia dei turisti giapponesi davanti al pisellino del David. Il deposito sembra deserto. Lo attraversiamo in silenzio, sotto i piedi il rumore dell'asfalto, poco più avanti quello dei pneumatici delle macchine che sfrecciano in viale XI agosto. Attraversiamo il Viale. Di la dalla strada c'è una strana struttura. Ha una forma circolare e ricorda un pò le piscine gonfiabili da giardino. le dimensioni mi fanno credere che il bambino in questione deve essere piuttosto grosso, come il giardino in cui si trova: uno sconfinato campo incolto che si estende fino all'aereoporto.

nota di Low. Lo sterminato campo in questione è destinato a diventare un nuovo pezzo di città, secondo il progetto di CasTello.

Costeggiamo il viale verso il raccordo autostradale. Un buffo spaventapasseri in un piccolo orticello sul ciglio della strada. In lontananza la torretta di controllo di peretola.
La linea passa in mezzo al campo. Grazie a dio Annibale-Lowrenz demorde e decidiamo di costeggiare il raccordo. Lasciamo il deserto e le sue tentazioni al povero Cristo e continuiamo la perlustrazione camminado tra il campo e il guard-rail. Inciampo nei vari buchi e colonnini disseminati una miriade di volte. Al che decido che è meglio guardare in terra che intorno. Istinto di sopravvivienza. Lungo la strada degli strani cartelloni pubblicitari con una forma aereodinamica. Qualcuno sostiene che servono a non farli strappare dal vento. Inalando idrocarburi scatto qualche foto. Mik è in serie positiva e lo vedo tutto rannicchiato dietro una lattina abbandonata, nel temntativo di fargli una foto. Penso che io non sarei in grado di assumere quella posizione senza rischiare la paralisi. Arriviamo all'ingresso dell'aereoporto. Mi volto a guardarmi indietro. Il resto della Krew cammina distratta e si guarda intorno. Chissà che cazzo pensa la gente che passa in macchina quando ci vede. Ma questi che cazzo fanno?

VERSO L'OSMANNORO

* esplora_andrea

Zigzaghiamo tra i pilastri tozzi dei cavalcavia che mi sembrano comporre un monumentale “grafico a barre” in cui ogni pilastro rappresenta con la sua altezza qualche dato statistico, forse sulle emissioni di gas o sul numero di automobili che sono entrate a firenze passando da questa moderna porta di cemento e metallo verde-azzurro. Facciamo lo slalom tra qualche casa colonica e qualche negozio di piscine prefabbricate, e dopo vari vicoli ciechi arriviamo ad un piazzale desolato, che sembra in attesa di un evento importante disertato da tutti. L’edificio da manuale che getta ombre severe tra l’autostrada, le piscine di plastica, e il cavalcavia, sembra abbandonato, ed utilizzato come porta da calcio per partitelle, come denotano le orme polverose delle pallonate sui vetri riflettenti. Le poche mamme-con-bimbo-a-passeggio e i signori-che-portano-a-spasso-il-cane che sembrano i padroni assoluti di questo grande posto, ci dicono che siamo in un ParcheggioScambiatore per i turisti con annesso edificio per conferenze ecc. progettati e costruiti per lo scorso Giubileo, ed oggi utilizzati pochissime volte all’anno. Il parcheggio è occupato solo le notti in cui viene frequentata la vicina discoteca. Altrimenti funge da improbabile zona di intensità pubblica per chi vuole fare una passeggiata, non avendo da queste parti un posto migliore di questo piazzale. Telecamere e sbarre di accesso vigilano sugli oziosi passeggiatori. Un signore in giacca catarifrangente aspetta qualcosa in disparte. Approfitta, ci spiega, di questo piazzale e degli spazi sotto il cavalcavia per fare uno scambio di merce con il suo furgone. Ci racconta tra l’altro che tempo fa ha lavorato lì vicino, nel deposito autobus, vicino all’aeroporto, e ci ha delineato uno scenario apocalittico nel caso in cui un aereo per sbaglio dovesse finire sui grandi depositi di carburante per autobus, generando per l’esplosione un cratere di 1 chilometro di raggio, il più grande parcheggio scambiatore autobus-aereo, vicino all’autostrada e ad un centro conferenze pronto all’uso. Proseguiamo il tragitto costeggiando la Firenze-mare in una viuzza lungo i campi. Aspettiamo di sentire crescere l’intensità del suono, tra i rumori delle macchine che passano a razzo in autostrada. E da un momento all’altro ci passano aerei rombanti sopra la testa, vicini, in fase di atterraggio, sembra che vadano piano. Soddisfatti (anche se non mi è venuta bene la registrazione audio) cerchiamo di ricondurci alla linea tagliando per i campi con un sentiero, ma il contadino minaccia di spararci a sale, perchè siamo nella sua proprietà privata. Sinceramente mi aspettavo più solidarietà con la nostra causa... comunque resto un ammiratore di capanni da orto. Non so perchè, ma anche se sono più lunghi i momenti in cui si cammina calmi tra campi arati e basta, i ricordi sono occupati soprattutto dai tratti urbani della deriva. E così dopo numerose zolle rivoltate, erba alta e isolati negozi di barche, di colpo cambia il timbro del discorso e ci ritroviamo in un viale trafficato. La stessa impressione di “come siamo finiti qui?” l’avrà avuta la chiesetta rotonda stile “di campagna” in mezzo ai cavalcavia trafficati e ai negozi cinesi. Dalla geometria dei campi finiamo alla geometria dell’Osmannoro. Ci muoviamo tra gli interstizi rimasti tra uno stabilimento produttivo e l’altro. Si respira odore misto di lavoro nero e arte dell’arrangiarsi. La bisca cinese non ci invoglia a farle una visitina. Mi immagino come possa essere intensamente pubblica questa zona senza che noi possiamo percepirlo. Magari potremmo notarlo più palesemente quando fa meno freddo, all’orario di pranzo, quando escono i lavoratori o quando i piazzali di scarico sono occupati dai bambini che giocano. Infine, tra tanta estraneità disorientante, si gira un angolo e si sentono musiche familiari, colori stucchevolmente colorati, ogni cosa al suo posto, il mercatone dei mercatoni per le coppie moderne e i single di fatto: GRAZIE IKEA! Si continua a sentire, però, quell’odore pungente di sfruttamento del lavoro e di arte dell’arrangiarsi.

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