Skip to content.
Main > StruMenti > Luoghi > PiazzaleStazioneSMN
La Piazza della Stazione di Firenze è uno dei luoghi più interessanti ed affascinanti della città, se non altro perchè uno dei pochi dove si incontrano l'anima storica dell'antico quartiere di santa maria novella e quella coraggiosamente moderna nell'architettura della stazione di Michelucci e soci, dove convivono tutte le facce della popolazione, con conflitti ed armonie, contraddizioni e miserie.


** Il giovedì sera nel piazzale della stazione SMN

Il piazzale della stazione è una sistemazione di spazio pubblico in mezzo ad un nodo di traffico, finanziata dai fondi stanziati durante i mondiali Italia �90, in cui sorge la stazione di Michelucci. Nel piazzale si interagisce con l�orologio della stazione e con gli scomodi percorsi indiretti, tra le aiuole del giardino che come indicano le siepi ed il cartello, è proibito calpestare.

Questo spazio pubblico non è destinato ad un uso pubblico dai gestori, ma la gente se ne appropria in varie forme. Per il transito frettoloso dei pendolari ed i viaggiatori questo è uno spazio dell�individualità; porta di ingresso a Firenze, ma spazio residuale, come un casello autostradale. Io sono un pendolare e attraverso il piazzale quasi quotidianamente, ma solo dopo anni mi ci sono fermato ed ho osservato per la prima volta una realtà che attraversavo settimanalmente senza rendermene conto.

Ogni giovedì, dalle sei-sette di sera, il piazzale della stazione inizia a riempirsi più delle altre sere. Sotto la luce bluastra dei riflettori ci sono più di cento immigrati, per due terzi donne, seduti sugli scalini dei marciapiedi, sulle ringhiere, e, quando non è umido, nel giardino. Alcuni stanno più comodi nell�automobile parcheggiata, con gli sportelli aperti e l�autoradio accesa, altri hanno uno stereo che trasmette musica da ballo sudamericana. Una zona è occupata da alcuni slavi, un�altra da africani, gli indiani sono concentrati su uno scalino in mezzo ai sudamericani, che sono la maggioranza, mescolati, o raggruppati per nazionalità. In prevalenza però sono immigrati peruviani, soprattutto donne, che lavorano come collaboratori domestici in famiglie a reddito medio-alto, o come badanti che si prendono cura di persone anziane. Generalmente vivono in casa delle famiglie in cui lavorano, per cui sono sempre disponibili, giorno e notte. Il giovedì sera possono uscire per alcune ore, senza fare tardi, e si ritrovano nel piazzale della stazione. La domenica possono uscire tutto il giorno, molti vanno alla messa in spagnolo nella chiesa di via Zanobi, e dopo si ritrovano nel parco delle Cascine per mangiare insieme, ballare, giocare a calcio e pallavvolo, socializzare. A volte i più giovani vanno a ballare in un paio di locali di ballo latinoamericano frequentati quasi esclusivamente da immigrati.

Nel piazzale il flusso di utenti della stazione sfiora questa realtà sociale senza entrarci in contatto e spesso senza nemmeno notarla. Il flusso degli immigrati invece attraversa il piazzale per interagire, si salutano, socializzano, parlano, litigano. Hanno un�organizzatissima attività economica informale: i movimenti nel piazzale convergono verso alcune persone sedute su sedie da picnic, vicino a grandi borse di plastica stracolme, zaini e frigo portatili. Sono le donne che hanno preparato il cibo. Le donne peruviane vendono patate ripiene di carne e salsa piccante, stufati e risotti che si mangiano comunemente in Perù; un uomo indiano vende cibi indiani, una famiglia cilena �empanadas� cilene. Da bere vendono acqua e birre fresche.

Un giovedì, mentre stavo parlando con un coetaneo peruviano che mi raccontava della ricchezza della cultura Inca, e della miseria causata in Perù dal capitalismo corrotto, i riflettori che illuminano il piazzale iniziarono a spengersi frequentemente e 4-5 poliziotti, che per alcune ore avevano controllato a distanza questa folla di immigrati, si avvicinarono esortando di sgomberare il piazzale. E� una routine: verso le nove gli immigrati devono spostarsi sulle gradinate vicino alla strada, e dopo ulteriori sollecitazioni della polizia si disperdono. Il pretesto è che tra le tante persone che si ritrovano nel piazzale ci sono pochi che fanno confusione, aiutati dall�alcool e dalla situazione estremamente precaria e disagiata in cui vivono. Quindi la polizia è incaricata di disperdere quello che chiama �bivacco�. Questa parola che si riferisce a quello che io definirei �uso proprio di uno spazio pubblico� , mi fa pensare alla tipica routine estiva per cui i giovani fiorentini, che si incontrano la sera in piazza Santa Croce o Santo Spirito, sono esortati da numerosi polizziotti ad alzarsi dai gradini, e allontanarsi perché proprio in quelle ore in cui la piazza è più frequentata deve essere effettuato il lavaggio delle strade. Anche qui si chiama �bivacco� l�uso proprio di uno spazio pubblico.

�In un certo senso, l�utente del nonluogo è sempre tenuto a dimostrare la sua innocenza. Il controllo a priori o a posteriori dell�identità e del contratto pone lo spazio del consumo contemporaneo sotto il segno del nonluogo: vi si accede solo se innocenti� (M.Augè).

La piazza in quanto spazio pubblico ha le potenzialità di un luogo di socialità spontanea, aggregazione libera. Il piazzale della stazione che io vivo come un nonluogo, per la comunità di peruviani, che vi si ritrova il giovedì, è un luogo di socialità, di relazione, di identità, e di storia seppure relativamente recente. Eppure oggi predominano altri aspetti: è tollerato solo l�uso consumistico dello spazio pubblico: i turisti, che frequentano durante il giorno piazza Santa Croce o piazza Santo Spirito, non vengono esortati ad abbandonare la piazza per la pulizia delle strade. Gli utenti della stazione, che non vivono il piazzale antistante, ma lo attraversano per raggiungere la biglietteria, non temono di essere avvicinati dalla polizia che li invita ad allontanarsi. Questo accade invece ai peruviani, che sono costretti a vivere quel loro luogo, il piazzale, come un nonluogo, dovendo allontanarsi sotto la minaccia della richiesta di documenti che attestino la loro identità e la loro innocenza, come il permesso di soggiorno, che talvolta non hanno, nonostante lavorino per famiglie italiane in condizioni che nessun italiano accetterebbe.

L�interculturalità di cui si sente parlare, soprattutto nell�ambito delle politiche locali, in realtà è multiculturalità, o meglio una varietà di minoranze etniche immigrate, che fornisono manodopera dequalificata all�economia nazionale, con basse aspettative di profitto e senza diritti, senza quasi ulteriori relazioni con la nostra cultura. Anzi spesso queste minoranze etniche sono criminalizzate, facilmente data la fragilità delle classi deboli, e non sono rari gli episodi di intolleranza o di più o meno sottile razzismo.

Non è un caso che la comunità peruviana si ritrovi in un piazzale inospitale e trafficato come quello della stazione, tra le tante belle piazze di Firenze. A detta di alcuni peruviani, quel piazzale residuale gli permette di essere invisibili, mentre in altre piazze si sentono indesiderati più o meno esplicitamente, magari solo perché chi gli passa accanto tiene stretta la borsa, facendo un�implicita criminalizzazione di razza. Qualche peruviano invece mi ha detto che il motivo per cui si ritrovano in quel piazzale è la vicinanza del Mc Donald�s, che funge da struttura di servizio: vende il cibo più economico di Firenze ed ha servizi igienici di libero accesso, fino a notte fonda. L�intolleranza verso questa presenza, che vive lo spazio pubblico come luogo di socializzazione, si esprime anche sulla stampa locale. Aggiungo tra parentesi che alcuni di questi peruviani lavorano per i quotidiani locali vendendo copie ai semafori, senza regolare contratto lavorativo e quindi senza permesso di soggiorno. Uno di questi giornali, Metropoli del 10 ottobre 2003, dedica le prime tre pagine alla presenza domenicale dei peruviani nel parco delle Cascine. I toni sono polemici. Accanto ad un trafiletto che parla degli Incas semplicemente come di selvaggi masticatori di coca, e un altro che titola �Se tutto ciò vi sembra normale��, in cui l�editore polemizza sull�uso pubblico dello spazio pubblico, un ampio articolo descrive la festa domenicale nel parco delle Cornacchie, alle Cascine, presenziata da un migliaio dei tremila peruviani fiorentini, ovviamente organizzati in modo informale per fruire al meglio di uno spazio che non ha alcun tipo di servizio o struttura se non alcune panchine e piccoli cestini della spazzatura. Forse questa cultura sudamericana di aggregazione in spazi pubblici aperti potrebbe essere un insegnamento per la nostra cultura; forse l�amministrazione locale dovrebbe cavalcare questa situazione, dotare di strutture e servizi una zona del parco, o favorire la formalizzazione di tutta quell�economia informale di servizi al tempo libero già esistente. Ma l�articolo di Metropoli si sofferma sulla �task force di sette operatori� che ogni lunedì mattina pulisce il parco, analizzando tempi e modalità; si sofferma sui rumori molesti e sulla mancanza di autorizzazioni. Una minoranza culturale dà l�occasione al parco di essere un luogo, scenario di relazioni sociali, mentre la cultura ospitante, anziché valorizzare e governare il fenomeno, lo nega.

Se lo spazio pubblico deve essere fruito ad uso consumistico invece che sociale, lo spazio sociale è chiuso negli spazi di consumo, come i centri commerciali, in cui le relazioni sono interazioni non sociali di una moltitudine di individui distaccati e simili.

-- Andrea - 01 Apr 2005