VIA DAZZIun curioso esperimento di ORTICULTURA AUTOGESTITA. Circa tre anni fa, fu distribuito in tutte le case del popolo del quartiere di Castello, Rifredi e Careggi,un curioso volantino, in cui campeggiava la domanda: "vuoi un orto da coltivare? Lo strambo documento portava in calce la firma di un altrettanto strambo collettivo, che si faceva chiamare ZappaRivolta. Molti abitanti della zona, un pò per curiosità, un pò per mancanza di stimoli, vennero all'appuntamento lanciato sul volantino, presentandosi vestiti a festa alla casa del popolo di via Caccini, detta "Il_Campino", per scoprire dove stava la fregatura. Gli arguti vecchietti, dopo anni di addestramento alla vita, sapevano bene che nessuno regala niente per niente. Una cinquantina di persone, età compresa fra i quaranta e i settantanni, si trovarono di fronte ad una congerie di sbarbatelli di vent'anni che sostenevano di avere davanti casa un grande terreno coltivabile e che lo volevano mettere a disposizione di coloro che avevano interesse a realizzarci un orto. Quando si palesò il fatto che il terreno in questione era illegittamente occupato, molti degli astanti si ritirarono a capo chino. La sala, inizialmente gremita, vedeva adesso da una parte un gruppeto di squatter della casa occupata CeccoRivolta e dall'altra una decina di persone pronte a sfidare le autorità, pur di avere un pezzetto di terra da coltivare.Molti di essi, in passato, avevano già provato a coltivare dei piccoli appezzamenti di terra nella prossimità della area di via Dazzi, sia all'interno dell'area militare abbandonata adiacente alla via, sia sull'argine del terzolle. Purtroppo la loro esperienza di riappropriazione diretta della terra era finita male, una volta che l'area era entrata nell'occhio del ciclone della ormai mitica "riqualificazione urbana"; i primi sgomberati "manu militari" dall'esercito, e i secondi dai cantieri di bonifica degli arigini. A quella insolita assemblea ne seguirono altre, in cui il neonato gruppo di agricoltori insieme agli abitanti della cascina occupata, buttarono giù una prima forma di regolamentazione dei futuri orti e affrontarono e risolsero insieme alcune problematiche come quella della fornitura di acqua, dell'accesso agli orti, ecc.ecc. Molti gli argomenti toccati: dalla divisione della terra alla utilizzo o meno di prodotti OGM, dal problema dello stoccaggio dei prodotti alla socializzazione degli strumenti, dall'impatto estetico sull'area alla divisione delle risorse idriche. A tre anni di distanza, davanti al Cecco Rivolta si trovano 12 orti in cui si coltiva di tutto, garantendo prodotti di qualità alle famiglie dei vari agricoltori. La cosa più interessante, soprattuto agli occhi di chi redige questo testo, non sono tanto i bellissimi pomodori o le melanzane che queste persone producono, quanto l'incredibile tessuto sociale che si è formato fra i partecipanti di questa esperienza. A parte qualche scazzo nei periodi di siccità, in cui tutti stanno attenti a quanta acqua consuma il vicino, durante tutto l'anno gli orti non sono vissuti come momento di lavoro, ma come momento di svago e socialità. Gli ortolani si aiutano fra di loro, si scambiano consigli e strumenti,realizzando opere collettive come inpianti di irrigazione e sistemi di stoccaggio idrico. Inoltre acchittano dei mega banchetti nel campo, con tanto di tavoli, sedie, piatti di porcellana e squisitezze di ogni genere (non lo fate sapere a Fazzuoli se no ci fa una puntata di linea verde). Anche con gli abitanti della casa (che non riescono a fare un orto)si sono istaurati degli ottimi rapporti, che in più di un occasione si sono trasformati in solidarietà attraverso la partecipazione diretta alla gestione e al mantenimento della casa occupata. Nel corso dell' ultimo anno si è creato anche un gruppo di acquisto, come strumento collettivo per comprare prodotti alimentari sani e ad un prezzo più contenuto. Questo gruppo, nato inizialmente su un cicuito diverso, ha lentamente inglobato la realtà degli orti e della casa a cui più o meno tutti partecipano.
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